nel mondo dell’arrampicata, dove il grado è spesso il metro di giudizio del valore umano, dove si discute per ore su se un 7b+ a vista “valga” davvero come un 7c lavorato, dove la mania/ossessione per la sicurezza e le manovrette di corda la fanno da padrone … esiste un personaggio misterioso, silenzioso, quasi mitologico. Uno che spunta dai boschi all’alba, scompare al tramonto e lascia dietro di sé linee, protezioni splendenti, tanta polvere, sudore e… nessuno che lo ringrazi.
Stiamo parlando del chiodatore.
Soggetto afflitto probabilmente da una condizione di salute mentale particolare e poco studiata: Un quadro clinico che è una miscela tra vocazione e masochismo che affliggere arrampicatori di ogni epoca.
Analizziamo questa strana creatura, che è l’unico essere umano disposto a spendere soldi propri, prendersi le lamentele di scalatori mediocri che hanno un’opinione non richiesta su qualsiasi cosa, ad appendersi per ore a una roccia con un trapano pesantissimo… per permettere agli altri di divertirsi gratis.
Un martire moderno? Vediamolo…
Fare il chiodatore senza essere prima un vero arrampicatore non ha senso
in maniera semplice e diretta, non puoi pensare di chiodare se non hai arrampicato abbastanza da capire:
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- dove una protezione ha senso e dove no
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- cosa significa proteggere una linea non solo “bene”, ma in modo responsabile
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- la differenza tra un principiante e uno scalatore navigato.
Chiodare senza arrampicare è come voler comporre musica, ma senza aver aver passato anni su uno strumento.
È possibile? Sì. (soprattutto oggi con le AI)
Ha senso? No.
Il risultato sarà sicuramente un disastro.
Serve avere scalato tanto e ovunque, serve aver fatto vie facili, vie dure, vie belle, vie brutte… e soprattutto serve avere una cultura solida dell’arrampicata (soprattutto rivolta verso la storia di questo sport)
Il chiodatore bravo è sempre un arrampicatore maturo.
Il chiodatore NON è un level up dell’arrampicatore:
Nel mondo dell’arrampicata serpeggia spesso l’idea che il chiodatore sia una sorta di evoluzione finale dell’arrampicatore. Non è come D&D o qualche altro gioco di ruolo con le carte: il trapano non è una carta potenziamento, se lo imbracci e lo usi non sei una scalatore piu forte o migliore.
Il chiodatore non è un arrampicatore di livello superiore, ma è solo un arrampicatore diverso.
È uno che ha deciso di dedicarsi ad una cosa il piu’: la chiodatura.
Qualcuno lo fa per passione, qualcun’altro per la gloria e altri per esibizionismo.
Chiodare non è per tutti (per fortuna)
Non basta aver salito qualche 7a in falesia e aver guardato un tutorial su YouTube.
Chiodare non è un DIY da domenica pomeriggio.
Serve un senso pratico sopra la media, (Perché usare un trapano appesi alla corda e posizionare gli ancoraggi non è come montare una mensola dell’IKEA.
Serve conoscere le resine (quelle vere, non le colle che tieni nel cassetto per fare lavoretti a casa)
Serve conoscere gli ancoraggi (ogni roccia vuole il suo)
Chiodare è un lavoro tecnico, complesso, che richiede formazione, pratica, affiancamento…
Imbracciare un trapano e chiodare una via è sicuramente un processio creativo entusiasmante, ma anche una responsabilità che pesa sulle spalle.
Quello che fai rimarrà lì per anni, forse decenni, Influenzarà la sicurezza di persone che non conosci e diventerà parte del patrimonio comune dell’arrampicata locale.
vuoli imparate a chiodare? bene! ma prima fai un po di gavetta: aiuta i chiodatori a portare lo zaino pesantissimo in falesia, aiutali a mantenere puliti i sentieri di accesso e tenere ordinate la base delle falesie, contribuisci economicamente per comprare nuovo materiale… mettiti a disposizione per ereditare un arte da chi la pratica da molto piu tempo di te e che merita molto piu rispetto di quello che riceve.
Servono più chiodatori… ma piu umili
La Sindrome del Chiodatore ha un sintomo principale: l’irrefrenabile impulso di aprire nuove vie.
E’ comprensibile per carità! Chi non vorrebbe lasciare un segno duraturo nella storia dell’arrampicata locale?
Certo è anche utile! Servono più chiodatori e piu’ falesie fruibili, perché gli arrampicatori aumentano ma le pareti si intasano.
Però non sempre serve chiodare vie nuove.
A volte è piu’ utile e necessario dedicarsi a restaurare vecchie linee di vecchi chiodatori. Gli ancoraggi si deteriorano, le falesie cadono in abbandono.
A volte bisogna fare un passo indietro e dare valore a quello che è stato fatto in passato piuttosto che cercare di mettere la firma da qualche parte a tutti i costi.
Se chiodi sei un grande…però NON lamentarti!
Questo è un passaggio fondamentale, ma dolente.
Il chiodatore investe tempo, energie e soldi propri.
Litri di benzina, punte da trapano che muoiono, resina epossidica che costa come uno champagne, piastrine, tasselli, moschettoni di sosta, trapani da mezzo stipendio che soffrono più del chiodatore stesso.
E poi?
Poi qualcuno gli dice: “Beh la linea è bella ma la chiodatura è un po’ lunga”.
Oppure: “Ma perché non hai messo la sosta più a destra?”.
Oppure ancora: “Si potrebbe fare un crowdfunding per darti una mano…(però io non partecipo letto tra le righe )”.
E il chiodatore soffre, perché è umano.
Tutto questo è giusto? assolutamente no!
Ma bisogna ricordare un principio fondamentale:
Se lo fai con spirito di servizio, lo fai e basta.
Se lo fai per essere ringraziato, stai sbagliando passatempo.
Sintomatologia da Orso Bruno
Uno degli effetti collaterali più curiosi della Sindrome del Chiodatore è la nascita spontanea di una sorta di istinto di territorialità, tipico non tanto dell’Homo sapiens, quanto… dell’orso maschio.
Succede più o meno così:
un chiodatore individua una parete, la studia, la sogna, la accarezza con lo sguardo, la fotografa, l’annusa… ci pianta uno ancoraggio…E da quel momento, puf! la parete è sua.
in senso letterale della serie “non ci deve mettere le mani nessuno finché non ho deciso io”. Neanche avesse stipulato con la roccia un contratto notarile.
da lì in poi i comportamenti di ogni chiodatore variano, ma la l’atteggiamento passivo-aggressivo rimane la stesso:
“Se vuoi chiodare qui… prima chiedi il permesso.”
Che, intendiamoci, è assolutamente giusto interpellarlo. È buona educazione, è rispetto per il lavoro altrui … certo! Ma alcuni chiodatori finiscono per prendere questa cortesia come una legge universale, un diritto divino, un editto inciso nella roccia stessa.
Chieder loro di lasciare spazio ad altri è come dire a un cane che il suo osso non è proprio suo: praticamente rischi un morso.
Si arriva così a scene epiche:
- vie schiodate, piastrine rubate e altri dispetti da scuole medie.
- discussioni su “quel progetto lo avevo adocchiato io nel 2014, quindi è mio”,
- drammi degni di Beautiful perché qualcuno ha piantato un fix “troppo vicino alla mia linea”.
La roccia diventa una specie di condominio naturale e i chiodatori i suoi amministratori autoproclamati.
Il problema non è voler coordinare i lavori: quello è sensato.
Il problema è quando il chiodatore arriva a pensare davvero che la parete sia proprietà privata, acquistata con sudore, trapano e resina.
il chiuodatore dovrebbe essere un custode, un operatore, un volontario, uno che fa un servizio — bellissimo, vitale, prezioso — ma comunque un servizio alla comunità, non un gesto di appropriazione.
Interpellarlo e Rispettarlo? Giusto e Doveroso
Riconoscere i suoi meriti? Sacrosanto
Trattarlo come l’imperatore del settore o della falesia? Anche no.
La sindrome del “questa parete è mia” è diffusa, ma curabile.
Basta ricordare un principio semplice:
chi chioda non diventa il proprietario della roccia, diventa parte della sua storia.
E la storia è di tutti.


