Il demone del ghiacciatore
Chi pratica arrampicata su ghiaccio prima o poi ne sente parlare. E prima o poi la prova sulla propria pelle.
Lo screaming barfies, noto tra i ghiacciatori italiani come “bollita”, è uno dei dolori più intensi e caratteristici dell’alpinismo invernale. Un dolore improvviso, lancinante, difficile da descrivere a chi non l’ha mai vissuto. Ma anche un’esperienza che racconta molto di come funziona il nostro corpo — e, in un certo senso, di cosa significhi essere vivi.
Da cosa è causata la bollita
La bollita nasce dalla combinazione di tre condizioni tipiche dell’arrampicata su ghiaccio:
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- Temperature molto basse
Il freddo intenso provoca in meccanismo di difesa: il corpo riduce l’afflusso di sangue alle estremità per proteggere gli organi vitali.
- Temperature molto basse
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- Posizione elevata delle braccia per un tempo prolungato
Tenere le mani sopra il livello del cuore rende più difficile il ritorno venoso, riducendo ulteriormente la circolazione sanguigna.
- Posizione elevata delle braccia per un tempo prolungato
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- Applicazione di forza costante sulla piccozza
La presa continua e la contrazione muscolare comprimono i vasi sanguigni, limitando ancora di più il flusso di sangue verso mani e dita.
- Applicazione di forza costante sulla piccozza
Cosa provocano queste condizioni nel corpo
Queste tre condizioni portano a una diminuzione significativa della circolazione sanguigna nelle mani, con due effetti principali:
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- Principio di ischemia
Il flusso sanguigno si riduce drasticamente, causando una privazione di ossigeno a livello cellulare e nervoso. I tessuti entrano in una sorta di “modalità di risparmio”.
- Principio di ischemia
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- Inibizione del sistema nervoso sensitivo
Il sistema nervoso legato al tatto e alla sensibilità subisce una diminuzione delle sue funzionalità o viene addirittura temporaneamente silenziato. Le mani diventano rigide.
- Inibizione del sistema nervoso sensitivo
Cosa succede quando smetti di arrampicare e riabbassi le mani
È in questo momento che arriva la bollita. E arriva forte.
Il dolore è il risultato di un mix di due fenomeni principali:
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- Ripartenza improvvisa della circolazione (riperfusione)
Il sangue torna rapidamente nelle mani. Questo afflusso improvviso riattiva processi cellulari interrotti: accumulo di ioni (sodio, calcio), produzione di radicali liberi e mediatori dell’infiammazione. Il risultato è un dolore intenso, pulsante.
- Ripartenza improvvisa della circolazione (riperfusione)
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- Dominanza del sistema nervoso del dolore
In condizioni normali, la parte del sistema nervoso che gestisce sensibilità e tatto ha la precedenza su quella del dolore. E’ per questo che quando ci facciamo male la mamma ci da il bacino sulla bua oppure ci mettiamo istintivamente la mano sulla ferita, per sovrapporre/sovrascrivere una sensazione tattile a una di dolore.
Durante la bollita, però, il sistema sensitivo è ancora inibito. Rimane attivo principalmente o quasi esclusivamente il sistema che trasmette il dolore (la finestra di cui si parla dopo) Per questo la percezione è così violenta, sproporzionata e difficile da sopportare.
- Dominanza del sistema nervoso del dolore
Una finestra sulla vita.
La bollita è un dolore che non si può evitare, né addomesticare.
Arriva quando meno te lo aspetti, spesso nel momento in cui pensi di avercela fatta: sei in sosta, hai abbassato le mani, la via è finita o quasi. Ed è proprio allora che il corpo presenta il conto.
Nessuno vorrebbe provarla. Eppure ogni ghiacciatore, ogni alpinista che passa abbastanza tempo sul ghiaccio, sa che la bollita tornerà. Non è una possibilità: è una certezza.
In questo senso la bollita è una maestra severa, ma onesta. Ti ricorda che il dolore fa parte del gioco, e che non esistono scorciatoie.
In quel momento di riperfusione violenta, mentre il sangue torna dove era stato escluso e il sistema nervoso perde il suo equilibrio abituale, succede qualcosa di raro: diventiamo consapevoli di ciò che normalmente viene nascosto.
Il nostro corpo, per permetterci di vivere, filtra, attenua, silenzia. Tiene sotto controllo una quantità enorme di segnali dolorosi che, se percepiti tutti insieme, sarebbero insopportabili. La bollita apre una fessura in questo sistema di protezione.
Per pochi minuti entriamo in contatto con una versione più cruda dell’esistenza.
Un’esistenza fatta di impulsi nervosi, chimica, dolore puro. Senza narrazione, senza giustificazioni. Solo sensazione.
Ed è forse proprio qui il suo valore più profondo.
La bollita ci ricorda che essere vivi non significa stare bene, ma sentire. Sentire tutto, anche ciò che normalmente viene messo a tacere. In quel dolore estremo non c’è eroismo, non c’è spettacolo: c’è solo la realtà del corpo che funziona.
Chi pratica alpinismo e arrampicata su ghiaccio impara, volente o nolente, a convivere con questa verità. Non perché ami il dolore, ma perché accetta che faccia parte del cammino. E questa accettazione, lenta e ripetuta, cambia il modo di stare al mondo.
Friedrich Nietzsche & Arthur Schopenhauer
Il dolore come condizione della profondità – La vita come esperienza di dolore
Nietzsche è forse il riferimento più potente. Per lui il dolore non è qualcosa da evitare, ma ciò che rende possibile la trasformazione dell’individuo. L’idea che la sofferenza “apra” alla consapevolezza è perfettamente allineata con l’esperienza della bollita. Come suggeriva Nietzsche, è spesso il dolore — non il comfort — a portarci in profondità. La bollita non fortifica il corpo, ma scava nella coscienza e nella verità.
Schopenhauer vede il dolore come struttura portante dell’esistenza, non come incidente. In effetti si sposa bene con la condizione cruda dell’alpinismo invernale. Lui probabilmente direbbe che la bollita non introduce il dolore nella vita, ma la rende visibile. Per qualche minuto cade il velo che normalmente lo nasconde.
Dopo una bollita non sei più lo stesso.
Non perché sei diventato più forte, ma perché hai ricordato — nel modo più diretto possibile — cosa significa essere vivo.
come curarla: Cosa direbbe il Buddha sulla bollita
Il Buddha non direbbe che la bollita è una punizione, né una prova di valore.
Direbbe che è semplicemente ciò che accade quando certe condizioni si incontrano.
Secondo il Buddhismo, il dolore è una caratteristica intrinseca dell’esistenza. Non qualcosa da eliminare, ma qualcosa da comprendere. La bollita è dukkha (sofferenza,dolore) nella sua forma più pura: intensa, inevitabile, transitoria.
Lui probabilmente direbbe che il vero problema non è il dolore alle mani, ma il pensiero:
“Questo dolore non dovrebbe esserci.”
l’alpinista ha davanti una scelta:
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contrarsi, imprecare, identificarsi con il dolore
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oppure osservarlo, respirare, lasciarlo essere
Il Buddha direbbe che la bollita è una meditazione forzata.
Ti strappa via dal passato e dal futuro e ti inchioda al presente. Non puoi pensare alla prossima via, né a ieri. Esistono solo le mani, il respiro, l’istante.
E forse direbbe anche:
“Anche questo passerà.”
Perché nella bollita c’è una lezione profonda:
non siamo il dolore, non siamo il corpo che brucia, non siamo nemmeno l’alpinista.
Siamo ciò che osserva tutto questo accadere.
E quando il dolore svanisce, quando le mani vengono di nuovo irradiate da un tepore così piacevole, resta per un attimo il silenzio.
Ed è lì che puoi intravedere la libertà.
Purtroppo io non sono buddista e quindi niente libertà per me ma solo bestemmie
come PREVENIRLA
OGNI TANTO MENTE ARRAMPICHI abbassa le mani così l’ossigenazione dei tessuti non viene mai interrotta al punto da provocare una bollita
Oppure spendi un sacco di solti e compri i guanti riscaldati con le batterie come ho fatto io
Lorenzo Trento


