Il grande equivoco della performance
Partiamo da un equivoco gigantesco, di quelli che oggi fanno impazzire i feed di Instagram e i commenti sotto i reel motivazionali: la performance nello sport.
Nello sport, la performance non è una malattia, né un peccato originale. È la sua lingua madre. È ciò che lo distingue da una passeggiata digestiva o da una sessione di yoga “per allineare i chakra dopo il brunch”.
L’arrampicatore che prova per la centesima volta un blocco che non gli entra — e ci si schianta sopra con dignità e un po’ di macchie di magnesite — non sta alimentando la “cultura tossica della performance”. Sta semplicemente vivendo il desiderio umano di migliorare se stesso.
Ridurre tutto a “cultura performativa” è come dire che leggere e capire Marx è un atto elitario o che cucinare bene è oppressivo per chi scuoce la pasta.
Lo sport, come l’arte, è un linguaggio e La performance è il suo respiro, la sua grammatica
È l’atto di dire qualcosa attraverso il movimento, di incontrare il proprio limite e provare, ancora e ancora, a spostarlo di un centimetro.
Quando si accusa “la performance” di rovinare lo sport con la competizione, si confonde anche il significato di competere, dal latino cum petere — “cercare insieme”.
La competizione vera non è contro gli altri, ma con gli altri: una corsa condivisa verso qualcosa di più grande.
Il problema nasce quando qualcuno scambia il gesto atletico con la foto del gesto atletico.
Lì sì che iniziano i danni.
Cosa è davvero la performance
“To perform” significa eseguire, compiere, agire.
Semplice, quasi banale.
Eppure, da questo verbo nasce una delle più nobili espressioni della libertà umana: lo sport.
Come scriveva Johan Huizinga in Homo Ludens (1938), il gioco è una dimensione sacra dell’esistenza.
L’essere umano gioca perché è libero, e solo chi è libero può agire davvero. Nella cultura contemporanea lo sport, come anche l’arte visiva, la scrittura è anche un atto ludico.
Quando un climber si lancia su un blocco, o un atleta scatta ai cento metri, non lo fa per “dimostrare” qualcosa a qualcuno. Lo fa per sentire qualcosa — per mettersi in dialogo con il proprio limite, non per trasmetterlo in diretta.
Qui nasce la confusione contemporanea: si scambia la performance sportiva (che nasce dal corpo) con la performatività sociale (che nasce dallo sguardo degli altri).
Una è sudore e silenzio, l’altra è editing video e caption motivazionale.
La prima si misura in calli, la seconda in visualizzazioni.
La prima ti restituisce una verità fisica — “oggi non ho tirato abbastanza col core” — la seconda ti restituisce una bugia estetica — “va bene fallire, ma solo se il fallimento ha una bella luce laterale e musica lo-fi in sottofondo”.
Nello sport autentico, la performance è dialogo.
Nella cultura contemporanea, la performatività è monologo.
E in questo monologo, il corpo diventa solo un mezzo per attirare like, non per conoscere se stessi e divertirsi.
Da concetto serio a hashtag
“Performativo” era un concetto serissimo, mica uno slogan da maglietta.
A metà del Novecento, filosofi e sociologi cercavano di spiegare come gli individui costruissero i propri ruoli sociali attraverso atti ripetuti: routine quotidiane, ideologie di genere, retoriche mainstream…
Judith Butler ci ha costruito sopra un intero pensiero politico: smascherare la falsità dei ruoli imposti, mostrare che ciò che crediamo “naturale” è spesso una costruzione culturale.
Era roba seria, rivoluzionaria.
Poi è arrivato Instagram.
Oggi “performativo” viene usato nel mondo dello sport in maniera del tutto decontestualizzata nei reel degli influencer con musica emozionale per “monetizzare”.
Un tempo serviva a liberarsi dai ruoli, oggi serve a ottenere engagement.
Dire che qualcosa è “performativo” è un modo elegante per dire “non social-friendly”.
Ma per dirlo bisogna farlo con una caption di tre righe sulla vulnerabilità delle persone e un carosello con scritte minimaliste tipo “non devo dimostrare nulla a nessuno (però per dimostrarlo devo comprare la maglietta)”.
Come ogni concetto potente, la performatività è stata divorata dal capitalismo culturale ed economico.
È diventata un filtro Instagram e un e-commerce.
Brocchi sui Blocchi e il business della vulnerabilità
Ed eccoli qui: i BrocchiSuiBlocchi.
Paladini dell’anti-performance, apostoli dell’“autenticità”, missionari della fragilità comunicabile.
Il loro messaggio di base sarebbe anche nobile: “non importa essere forti, importa divertirsi”.
Giusto!
ma poi arriva il corto circuito che da vita ad una “cultura performativa” tutta nuova, come la intendono i nuovi moralisti digitali : se non sei sul podio o se non fai l’8b sei “meno degli altri”, “messo da parte”, “vulnerabile”.
Per non essere “vulnerabile devi fallire bene, con ironia, in modo comunicabile. non basta scalare e divertirsi: devi spiegare perché scali e devi documentare che lo fai per “te stesso”, “perche sei autentico”.
Il fallimento non è piu parte del processo, ma l’identità forzata, il fine
Non è più qualcosa che succede, ma qualcosa che si comunica, un copione da recitare .
È la cultura performativa che smaschera e combatte se stessa.
Il paradosso è totale. I brocchi sui blocchi si vendono come anti-capitalisti proprio come lo era la cultura performativa che loro sposano.
Per dimostrare di essere “anti-capitalisti”, devi comprare la maglietta.
Per denunciare la cultura della performance, devi performarla.
Brocchi Sui Blocchi si presentano come gli eroi anti-prestazione in una saga in cui la cultura performativa ha anche un’e-commerce
Vendono un’estetica dell’imperfezione confezionata in t-shirt e reel autoironici.
La performance che loro criticano diventa il carburante dell’algoritmo.
È un’operazione geniale, se ci pensi: trasformare la fragilità in brand identity.
Più ti mostri fragile, più sei condivisibile.
Più sei goffo, più sei autentico.
Ma solo se hai la maglietta giusta!
Il gesto, non il post, è la vera rivoluzione:
È la nuova frontiera del marketing empatico: il business della vulnerabilità.
È il momento in cui l’arrampicata non è più un gesto fisico e mentale, ma un format capitalistico : la palestra instagrammabille, il video motivazionale…
Chi arrampica lo sa, ce lo insegnava Gigi Mario: c’è un momento, su un passaggio difficile, in cui la mente si zittisce e resta solo il corpo. Non importa se il grado è 5c o 8b: quello che conta è la presenza totale.
In quell’attimo, la performance non è più “risultato”, ma stato di grazia, gesto fine a sestesso, espressione di libertà. Non stai cercando di dimostrare nulla, stai tentando di fare ciò che ami al meglio delle tue possibilità.
Ecco perché parlare di “cultura performativa” nello sport è una contraddizione in termini.
Lo sport vero non è una vetrina, ma una forma di presenza.
Non è un’esibizione, ma un’esperienza.
Il gesto atletico non ha bisogno di una didascalia per essere autentico: lo è già
Lo sportivo, nel suo senso più autentico, è gia un attivista della cultura performativa, lo dimostra tutti i giorni allenandosi, migliorando se stesso,
Perché non nasce dal desiderio di apparire, ma da quello di esserci.
Non costruisce un’identità incasellata, ma la dissolve.
Non si trasforma in qualcun altro, ma diventa sempre di piu’ se stesso.
Sovrastrutture e lotta tra poveri
probabilmente tutto questo teatrino rientrerebbe perfettamente nelle “sovrastrutture” marxiane: narrazioni, ideologie, etichette, religioni… che servono a regolare la nostra percezione del mondo.
Sono le scenografie ideologiche di un sistema che deve pur sempre venderti qualcosa — anche se si tratta di “autenticità”.
In altre parole: è una lotta tra poveri.
Una guerra culturale giusta, ma che ci distrae (mentre discutiamo dei Brocchi Sui Blocchi) dall’unica vera lotta: quella di classe.
“I fenomeni storici accadono sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.” Karl Marx
Lorenzo Trento


